N.: ricordo di un primo incontro

scritto da Vrilly
Scritto 8 giorni fa • Pubblicato 7 giorni fa • Revisionato 7 giorni fa
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Mi piace, e mi è utile, mettere per iscritto a volte solo parole, altre volte intere frasi, altre ancora brevi riflessioni sulle sensazioni che scaturiscono da certi incontri. Queste riflessioni poi diventano la narrazione di un’esperienza.
- Nota dell'autore Vrilly

Testo: N.: ricordo di un primo incontro
di Vrilly

le mie riflessioni

Quando ho incontrato N. per la prima volta, mi sono stupita di come potesse essere, nella vita, una persona "funzione". Intendo, per persona funzione, colei che incarna con il proprio essere e il proprio agire un ruolo ben definito. Tutti, in un modo o nell'altro, siamo funzione di qualcosa o per qualcuno; poi ci sono persone come N., che sembrano esserlo a prescindere da tutto il resto. La sua funzione era il dare, il prendersi cura. Spesso a sua stessa insaputa, come fosse un mandato che personificava. 

La prima volta che incontrai N. era sorridente, impegnata, stanca. Mi colpì la linea che, in certi momenti di riflessione, le solcava il volto tra le sopracciglia, una piega che tratteneva a stento l'energia che sprigionava dagli occhi. Occhi attenti, pensanti, profondi; occhi chiari come il cielo, che si annuvolano o risplendono a seconda di ciò che le si muoveva dentro.

Quando le chiesi, stringendole la mano, come stesse, mi sorrise e disse: «Bene». E sentii subito che quel bene conteneva un peso troppo denso per un corpo esile e minuto come il suo. Che energia, pensai ma anche quanto sforzo. 

Chiacchierammo un po', qualche domanda per conoscerci meglio, e scoprii che in N. viveva una qualità rara dell'eloquio: informale per lo più, ma colto, misurato, a modo. Le sue parole erano delicate, scandite, consapevoli, e facevano a gara con i suoi gesti nel raccontare la scena che aveva in mente; come se, mentre parlava, tra me e lei si formasse un'immagine sospesa nell'aria, quasi si potesse toccare il pensiero prima ancora che diventasse voce. Che colpo fu, per me, assistere a una scena simile: mi sentivo invitata a teatro da un'attrice che recitava, solo per me, un'incredibile interpretazione fatta di mimo e di prosa. Ero ammaliata, l'avrei ascoltata per ore, eppure mi stava solo raccontando la sua giornata, niente di davvero rilevante, nulla che sulla carta meritasse di essere ricordato. Quando ebbe finito di comunicare, perché a conti fatti non posso dire che avesse solo parlato,  le sorrisi soddisfatta come se mi avesse fatto un dono prezioso. Sì, la sensazione, davanti a N., era sempre quella di stare per ricevere qualcosa, una sorpresa, un regalo da un momento all'altro.

Parlai con lei per circa due ore, minuti di cui non ho ancora capito come siano potuti scorrere così, sospesi, fuori dal tempo. Niente di pesante: tutto etereo, leggero, quasi liquido. E poi, ritrovarsi a stringerci la mano per il commiato, pensando: ma come, abbiamo appena cominciato!

Questo fu il nostro primo incontro. Seguirono poi giorni intensi, giorni bui, giorni in cui ogni cosa prendeva forma dentro un disegno sempre più grande. Stanze che si aprivano dentro altre stanze, colori che si rincorrevano da un giorno all'altro, come se la realtà stessa si piegasse per lasciare spazio a un ordine più segreto. N. sapeva colorare ogni momento con l'eleganza di chi sceglie il colore adatto a ogni sentimento e a ogni situazione: li sfumava piano, li marcava forte, li mescolava tra loro quando serviva una variante. Una persona così profonda che mi sono chiesta, spesso, se anche lei conoscesse davvero il proprio fondo. Credo di poter dire di averla conosciuta, ma credo anche, in verità, che resti ancora inesplorata; terra vergine per tantissimi, approdo sicuro per chiunque le navighi accanto, scuola e maestra per chi ha scelto di ricevere una guida, casa per chiunque nel suo cuore si sia trovato almeno una volta accolto e rifocillato.

La sua funzione in questa vita è dare agli altri senza nulla in cambio. Non perché lei non ne abbia bisogno, tutt'altro, ma perché davanti a un dare così grande, spesso, ci si dimentica di ricambiare.
N. non chiede, direttamente: è come se le mancasse il gesto stesso, la formula minima per farlo. Incapace persino di richiedere il compenso dovuto dopo aver svolto il proprio lavoro, sembra non possedere quello spazio interiore in cui un bisogno si lascia formulare e poi esporre agli altri; come se, nel colorare con tanta cura ogni cosa intorno a sé, avesse lasciato bianco, scoperto, proprio l'angolo che riguardava lei. Ed è qui che ho notato la pesantezza del suo limite, non solo la virtù: dare a prescindere da tutto, senza mai fermarsi a chiedere nulla in cambio, vuol dire anche restare esposti, consegnare ad altri la responsabilità di accorgersi dell’altro; cosa che, in un mondo in cui ogni cosa sembra pretesto per ripotare attenzione su se stessi o per lucrare, quasi mai accade.

L'incontro con N. mi ha fatto pensare a quante persone, su questa terra, diano anche quando avrebbero bisogno di ricevere che, nel pieno delle proprie vite, tra crisi esistenziali e difficoltà di ogni genere, riescano comunque a esserci per gli altri, a dare. Di contro, rispetto a persone come N., siamo in tanti, noi altri, a faticare nel tentativo di trattenere ciò che crediamo ci appartenga, per diritto naturale o acquisito nel tempo, con la paura, sempre identica, di perderlo. 

Forse è proprio per questo bisogno di trattenere tutto, di non lasciar andare nulla, che il ricordo di N. torna a distanza di tempo sotto una luce diversa. Ripensandoci ancora adesso, credo che N. non sia stata soltanto una persona: credo sia stata, anche, una finestra aperta, dalla quale intravedere l'immagine di ciò che ognuno di noi auspica, in segreto, di trovarsi davanti almeno una volta nella vita. Forse la “funzione” di N., da corpo e voce a quella parte che portiamo tutti dentro e che quasi mai troviamo il coraggio di lasciar emergere. La parte capace di dare senza calcolo, di accogliere senza pretendere nulla in cambio. Guardarla parlare, quella sera, è stato un po' come scavarmi dentro, vedere il mio possibile migliore incarnare la parte che non oso quasi mai recitare. Ecco perché, probabilmente mi è sembrata più vera del teatro e più teatrale del vero: non perché fosse un'illusione, ma perché in lei ho visto ciò che, se voglio, posso diventare.

N.: ricordo di un primo incontro testo di Vrilly
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